Editoriale

Le belle giornate di un novembre incredibile passano su Roma come se niente fosse, ricevute in dono dal cielo e accettate dalla gente di qui con apparente indifferenza, cifra secolare di un popolo antico.

Roma cinica. Roma indolente. Roma corrotta. Roma che le ha viste tutte e non gliene frega niente di nessuno.

Roma abbagliante e perduta per sempre in un film da Oscar, cloaca terminale e violenta di una nazione intera in un altro film di grande successo, Roma sputacchiera d’Italia, avanti un altro, siamo qui ad aspettarvi, a prendere insulti in silenzio, con la schiena incurvata.

Non credete all’apatia. Non credete all’aria livida che si respira in città in questi giorni.

Roma brucia.

Brucia di vergogna e di orgoglio bimillenario, aspetta il momento giusto.

Annamo daje Roma
Chi se fa pecorone
Er lupo se lo magna
Abbasta uno scossone

Così cercava inutilmente Gigi Proietti-Cavaradossi, nel 1800 di un memorabile “La Tosca” firmato dal grande Gigi Magni, di provocare la reazione della città, oppressa dalle guardie papaline dopo il fallimento della prima Repubblica Romana.

Sei troppo sbaraglione
Co’ te nun me ce metto
Io batto n’artra strada
Io ciò pazienza, aspetto.

Così gli rispondeva Roma, nella splendida canzone di Armando Trovaioli. Toccò aspettare cinquant’anni, un’altra rivolta, un’altra repubblica, un’altra delusione prima di risorgere ancora, stavolta da Capitale del Regno e poi della Repubblica Italiana.

Non sarà un Carminati, non sarà un Buzzi, non sarà una manica di maneggioni travestiti da politici a piegarci. Cives romani sumus, sappiamo quello che dobbiamo fare. Rimboccarci le maniche e dimostrare a tutti che la rinascita non solo è possibile, ma è per noi romani un preciso, inoppugnabile dovere.

Io c’ho pazienza, aspetto, diceva la Roma della canzone. Noi invece siamo pronti. Aspettatevi novità.